1. Laura, sei arrivata al Jiu Jitsu nel 2019 e, prima di allora, non avevi praticato sport di lotta. Cosa ti ha spinto a provare proprio il BJJ e cosa hai trovato, nei primi mesi, che ti ha fatto pensare “questa cosa fa per me”?
Ho iniziato a sentir parlare di Brazilian Jiu-Jitsu nel 2017, a parte una brevissima parentesi di Judo da piccola, non mi ero mai davvero avvicinata dalle arti marziali. La prima persona che mi ha avvicinata a questa disciplina è stato il mio ex compagno (con cui tutt’ora mi alleno in Accademia), che ha iniziato nel 2018, inizialmente andavo a vedere i suoi allenamenti e seguivo le sue gare, nonostante lui insistesse molto nel dirmi di provare e che mi sarebbe piaciuto io per un anno e mezzo mi sono rifiutata per due motivi: contatto fisico troppo ravvicinato e una buona dose di insicurezza, non credevo fosse alla mia portata. Mi ha ispirata e convinta a provare Margherita Montes, dopo aver visto la sua passione nel lottare e nel preparare i suoi studenti ho deciso di darmi una chance ed è stato amore subito dopo la prima lotta, ancora mi ricordo la primissima tecnica che ho visto, a lezione con Margherita naturalmente, passaggio di Toreada. Con il passare dei mesi ho visto che questo sport è proprio una lezione di vita, ti insegna che con la costanza, la pazienza e la volontà i tuoi limiti li puoi definire, capire e superare. Questo mi ha definitivamente convinta a restare nonostante tutti i periodi di frustrazione a cui ci si sottopone nel BJJ.
2. Nel tuo percorso c’è un momento particolare, nel 2022, in cui hai scelto di proseguire la tua formazione a L’Accademia e di affrontare il Jiu-Jitsu anche con un obiettivo agonistico. Cosa è cambiato dentro di te in quel periodo?
Diciamo che il 2022 è stato un periodo molto particolare, emotivamente di montagne russe, se mi concedi il termine, ho deciso di gareggiare a livello internazionale quindi ho preparato il mio primissimo europeo GI, quell’anno a seguito del COVID ospitato a Ostia, ho affrontato un lutto molto importante, a seguito di questo, anche per portare la mente altrove, mi sono buttata nello sport anima e corpo, mi ha aiutata a superare tanti momenti bui e ho realizzato che avrei voluto ottenere il massimo che potevo da questo percorso. Sotto consiglio di Margherita mi sono quindi indirizzata verso L’Accademia e lì , dopo aver visto i risultati dei ragazzi, il metodo con cui si preparavano alle competizioni, ho capito che avrei potuto davvero realizzarmi come atleta. Ho preparato il primo mondiale, non è andata come speravo ma ha cambiato il mio modo di vivere le competizioni, la sconfitta mi ha dato una determinazione che non credevo nemmeno mi appartenesse, da quel momento ho cominciato a raggiungere i miei primi risultati come agonista.

3. In pochi anni sei passata dal muovere i primi passi sul tatami a confrontarti con competizioni di vario livello. Quanto è cambiata Laura da atleta rispetto a quella che aveva iniziato nel 2019?
Chiaramente nel 2019 ero un’altra persona, molto meno competitiva e decisamente più insicura, non è che avessi paura della lotta in sé ma non credevo di essere portata o comunque in grado di conseguire grandi risultati. Ho fatto la primissima gara nel 2020, Torino Challenge, un massacro, sono riuscita a non farmi finalizzare ma ne ho prese un po’, poi purtroppo hanno dovuto chiudere tutto ed è stato difficilissimo non mollare. Come ho detto in precedenza la svolta c’è stata nel 2022, ho capito che la mia preparazione valeva tanto quella delle altre e che non avrei dovuto temere di avere qualcosa in meno, dovevo solo arrivare convinta del mio gioco. Oggi sono più consapevole che una sconfitta non è umiliante, stabilisce un punto di partenza sul lavoro da fare per migliorarsi sempre di più, così come una vittoria non significa necessariamente che non siano stati commessi errori, tutto porta una lezione, bisogna solo decidere cosa trarne.
4. Il Jiu-Jitsu è uno sport molto esigente: allenamenti, gare, preparazione fisica, alimentazione, viaggi e tutto ciò che sta intorno alla competizione. Quanto spazio occupa oggi il BJJ nella tua vita e quanto è difficile trovare un equilibrio con tutto il resto?
Vorrei poter dire di aver trovato un equilibrio che accontenta tutti gli aspetti della mia vita ma diciamo che è ancora un po’ un work in progress, direi che se dovessimo parlare in percentuale sicuramente più del 60% del mio tempo è occupato dal BJJ, spesso se non sono in palestra ripenso alle tecniche che ho visto, magari non ho compreso, oppure se ciò su cui sto lavorando mi è venuto bene in allenamento o meno, soprattutto quando si avvicina una competizione importante immagino nella mia mente la lotta, le variabili, come voglio iniziare, che musica ascolterò. Difficile spiegare tutte queste cose magari alle amicizie che non praticano sport, spesso mi ritrovo a rinunciare a uscite perché sono in preparazione, non posso sgarrare con la dieta o comunque mi ritrovo molto stanca per l’allenamento. Diciamo che il relax è un po’ un’utopia per me, per ora mi sta bene così, in futuro magari riuscirò a trovare un modo più funzionale di conciliare tutto.
5. Sei diventata anche istruttrice e Kids Coach. Cosa hai scoperto di te passando dall’essere semplicemente una praticante al dover trasmettere qualcosa agli altri?
Devo dire che insegnare mi è sempre piaciuto, questo a prescindere dallo sport, condividere nozioni e scambiarsi idee è sempre stimolante, inoltre la cosa più bella dell’insegnamento è che tu sei il primo allievo di te stesso, non vorrei filosofeggiare troppo, quando spiego delle tecniche, sia ai bambini che agli adulti, attraverso la correzione dell’esecuzione mi rendo conto degli errori che commetto io stessa e trovo il modo di sistemarli. Impari a essere tanto paziente, sviluppi empatia perché non tutti possono imparare al meglio la stessa tecnica quindi si deve trovare il modo di spiegarle anche a chi ha caratteristiche differenti dalle proprie, magari è meno elastico, meno giovane, meno coordinato. Io la prendo quasi come una sfida con me stessa e riuscire a trasmettere i concetti, vedere gli studenti che applicano bene gli insegnamenti è soddisfacente al pari di vincere una competizione importante.
6. Nel tuo profilo agonistico ci sono risultati per te importanti sia nel Gi che nel No-Gi? Personalmente senti di essere una “giocatrice” diversa nei due mondi oppure il tuo Jiu-Jitsu rimane sostanzialmente lo stesso, indipendentemente dal regolamento?
Ho avuto le mie soddisfazioni a livello di competizioni sia nazionali che internazionali, su territorio italiano più con il Gi mentre sui Major tournament esteri conto più medaglie NoGi. Non ho ancora mai vinto un Oro nelle competizioni estere ma mi sono piazzata a podio in tutti gli europei senza Kimono mentre la prima medaglia con il Gi è arrivata proprio nel 2026, un bel terzo posto. Diciamo che sono riuscita ad adattare lo stesso gioco sia con il Kimono che senza, preferisco sempre fare guardia anche se NoGi mi trovo più confidente nel passaggio.
7. Essere una donna in un ambiente che per molti anni è stato percepito soprattutto come maschile ti ha mai fatto vivere il tatami in maniera diversa? E secondo te cosa può ancora cambiare nel Jiu Jitsu femminile italiano?
Questo è un tema spinoso, per certi versi vedo che è ancora percepito come ambiente molto maschile, in generale per i fruitori di contenuti sul web (instructional delle tecniche ad esempio) o di seminari si preferisce sempre seguire gli atleti uomini, molto probabilmente perché sono molti di più. Qualcosa sta cambiando naturalmente, l’esempio più palese è il dream team femminile dell’Atos ma io suppongo che il fenomeno femminile sia partito da prima, probabilmente con Ffion Daves, la prima atleta europea ad aver sconfitto grandissimi nomi come la leggendaria Bia Mesquita. Parlando invece della mia esperienza personale, nessun uomo mi ha mai fatta sentire inadeguata o fuori posto, alcuni sicuramente sono difficili da gestire perché non sono in grado di limitarsi o addirittura si infastidiscono quando non riescono a imporre il loro gioco con una ragazza, soprattutto se più leggera, dall’altra parte però mi dico sempre che sicuramente per loro non è facile capire come gestire la propria forza e comunque si tratta di uno sport di lotta, se non si ha voglia di fare a mazzate si prende parte a un torneo di briscola. Quello che mi piacerebbe vedere in generale è sicuramente più partecipazione alle competizioni, specialmente in territorio nazionale, soprattutto per confrontarci e andare a fare fronte comune quando si gareggia all’estero, costruendo una comunità solida, unita, forte e che vuole lasciare un segno.

8. C’è una parte del Jiu-Jitsu che non compare nelle medaglie, nei ranking e nei risultati: le persone, le amicizie, i viaggi, le sconfitte e i momenti difficili. Qual è la cosa più importante che il BJJ ti ha dato fuori dal tatami?
Non voglio fare un elenco della spesa di tutto ciò che mi ha dato questo sport, sicuramente la parola con cui si può riassumere tutto è: viaggio sia fisico, ho perso il conto delle trasferte, che astratto. Ti trasforma inevitabilmente, costringe a fronteggiare le tue debolezze, riconoscere i tuoi punti di forza mediante il confronto con avversarie e compagni di allenamento, in entrambi i casi impari a capire che condividi le stesse emozioni, gli stessi dubbi e paure e questo porta a stringere legami fortissimi. La pazienza, la costanza, la capacità di analizzare le situazioni sotto pressione sono altre virtù che non pensavo mi appartenessero, applicabili alla vita di tutti i giorni al di fuori della palestra, ad esempio sul posto di lavoro. La persona che sono diventata e della quale continuo a scoprire lati nascosti ora mi piace molto, consapevole dei propri limiti e disposta a mettersi in gioco per superarli.
9. Oggi sei cintura marrone. Cosa significa per te questa cintura rispetto alle precedenti e quale parte del tuo Jiu-Jitsu senti di dover ancora costruire?
Credo che questa cintura sia stata la più difficile con cui fare amicizia, ci ho messo un po’ ad accettarla, innanzitutto per il cambio di regolamento che introduce finalizzazioni alle gambe come kneebar e americana al piede, ho sentito il livello delle competizioni alzarsi sensibilmente e quindi ho cambiato anche un po’ il mio approccio allo studio, con le cinture precedenti mi prendevo il lusso di essere un più creativa, quasi inventare soluzioni di uscita da situazioni pericolose e contare anche tanto sulla mia forza fisica, ora sono stimolata a essere molto più precisa nell’esecuzione di una tecnica, approfondire con più dettagli possibili il gioco che ho consolidato, specialmente perché mi trovo a fronteggiare avversarie che non lasciano nulla al caso e non regalano nemmeno un centimetro. Non rinuncio comunque ad arricchire con nuove tecniche sia la guardia che il passaggio purché siano coerentemente collegati alla mia strategia principale.
10. Se guardi alla Laura che nel 2019 entrava per la prima volta in una palestra di BJJ, cosa pensi che non avrebbe mai immaginato di vivere nei sette anni successivi? E cosa vorresti che accadesse nei prossimi?
Credo che quella Laura non avrebbe mai immaginato quanto potesse impattare questa disciplina sia nella sua vita che sul suo modo di percepirsi. Non avrei mai pensato di avere le qualità per poter puntare all’agonismo né tantomeno all’insegnamento, eppure anche se so che ci sono tante cose da sistemare sento di essere sulla strada giusta perché non è mai venuta meno la voglia di mettermi in discussione e la curiosità nell’apprendimento, sia sulla formazione personale che su quella degli studenti. Per il futuro mi auguro di non perdere mai questa passione e di riuscire a trasmetterla. A livello pratico mi auguro di stringere fra le mani la medaglia più importante sia in un campionato europeo che mondiale, so che punto in alto e non voglio peccare di arroganza, semplicemente metterò in campo tutte le mie armi per fare sì che questo sogno diventi realtà.
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