06.03.2026

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10 domande a Bernardo Serrini | MatSide

In questa intervista Bernardo Serrini racconta il Jiu-Jitsu tra tradizione, innovazione, insegnamento e competizione, riflettendo su filosofia, evoluzione del tatami e futuro della disciplina.

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Sberla Marco Mencarelli

Tradizione vs innovazione – Maestro, quanto è importante mantenere vive le tradizioni del Jiu-Jitsu rispetto all’evoluzione moderna del tatami?

A mio parere il giusto equilibrio è rinnovarsi sempre, senza dimenticare la tradizione. Il bello del Jiu-Jitsu brasiliano, rispetto alle arti tradizionali, è la continua evoluzione, che stimola la curiosità e la ricerca. Occorre però avere una conoscenza che non esuli dall’origine di quest’arte marziale, votata al combattimento reale. Nel bagaglio di un praticante, e soprattutto di un Maestro, non dovrebbe mancare qualche esperienza di Jiu-Jitsu applicato alle MMA, proprio per capire cosa differenzia il Jiu-Jitsu sportivo da quello applicabile in combattimento.

Visione dell’allievo – L’allievo si rende sempre conto dei sacrifici fatti dal Maestro?

Non sempre, ma credo che un Maestro non dovrebbe preoccuparsene. Si rischia di svilire il proprio ruolo. Un vero Maestro è lì per dare, non per ricevere. Chi insegna davvero fa qualcosa per gli altri, più che per sé stesso. Dà per il piacere di dare, non per ricevere.

Metodo di insegnamento – In che modo la trasmissione del BJJ è cambiata rispetto a quando hai iniziato a praticare?

Quando ho iniziato io non c’era Internet. La conoscenza era meno alla portata di tutti e si faceva molto più tesoro delle tecniche apprese. Non che io abbia mai creduto molto nella mentalità chiusa da dojo stile Nanto–Hokuto, ma nel ’96–’97 questa era molto più presente.

Approccio allo studio – Quali strumenti o metodi moderni (video, piattaforme online, analisi scientifiche) ti aiutano di più nella crescita?

Continuo a credere che la differenza la faccia il tatami e la pratica su di esso, in allenamento e soprattutto in gara. Video e piattaforme online aiutano sicuramente ad ampliare il bagaglio tecnico. Le analisi scientifiche idem, anche se a volte tolgono un po’ di fascino alla disciplina.

Conflitto generazionale – Quanto conta il confronto diretto tra l’esperienza del maestro e la curiosità “sperimentale” dell’allievo?

A mio parere devono andare di pari passo. L’esperienza, non solo anagrafica, del Maestro deve a volte contenere e a volte incoraggiare la curiosità sperimentale dell’allievo. Senza curiosità non si cresce in nulla; troppa curiosità, però, può spingere qualcuno in qualche trappola.

Etica e filosofia – Qual è, secondo te, il nucleo filosofico del Jiu-Jitsu che deve rimanere invariato nel tempo?

Quello del rispetto: non dovuto, ma guadagnato sul campo. Come atleti e come persone.
Attraverso il combattere e il mettersi in discussione si cresce e ci si migliora ogni giorno. Una persona che fa questo percorso, senza cercare scorciatoie, ha conquistato il mio rispetto.
Gli opportunisti, i viscidi, gli approfittatori e quelli che pensano di sopperire con le chiacchiere alla mancanza di risultati, a mio parere non sono praticanti di Jiu-Jitsu. Non ne hanno capito la filosofia.

Competizione vs pratica tradizionale – Come vedi il rapporto tra la pratica sportiva agonistica e il Jiu-Jitsu come arte marziale non agonistica?

La competizione, per me, è il miglior strumento per mettersi alla prova e crescere. L’ho sempre cercata insistentemente da atleta e stimolo i miei a cercarla con la stessa insistenza da coach.
Per quanto riguarda la pratica tradizionale, se si intende la difesa personale e la parte filosofica, credo si debba aggiungere dell’altro e avere una conoscenza a 360 gradi, inclusa la parte di striking.

Adattamento del tatami – Secondo te, il tatami moderno deve essere più un luogo di allenamento o di aggregazione? Che cosa non è?

Il tatami, nel dojo giusto, è tutto questo e anche di più. È allenamento, aggregazione, sudore, risate, casa e famiglia. Guai se non lo fosse.
Ho sempre cercato di creare un ambiente dove ognuno trovasse la propria dimensione e si sentisse a proprio agio. Chi entra nelle nostre accademie deve lasciarsi alle spalle i problemi di tutti i giorni per due ore e ritrovare il sorriso.

Evoluzione futura – Maestro, cosa temi di perdere nel futuro del Jiu-Jitsu? E l’allievo, cosa dovrebbe guadagnare?

Non ho timore di perdere nulla. La conoscenza, che è ciò che conta, nessuno potrà togliermela. Così come il percorso e le conquiste, sportive e non. Neanche le persone conosciute lungo il mio cammino e l’esperienza che hanno rappresentato.
L’allievo, col tempo, guadagnerà sicuramente la possibilità di vivere di Jiu-Jitsu con più facilità, cosa che per quelli della nostra generazione non è stata semplice.

È possibile trovare un equilibrio tra rispetto delle radici e apertura al cambiamento? Quale direzione dovremmo prendere?

A mio parere sì. Le radici del Jiu-Jitsu brasiliano sono ovviamente in Brasile; quelle del Ju Jitsu in generale in Giappone.
Noi non dobbiamo giocare a fare i brasiliani o i giapponesi. Siamo diversi e abbiamo un background diverso. Ma la loro cultura va conosciuta, possibilmente dall’interno.
Questo, per me, è il rispetto delle loro e delle nostre radici, attraverso questo meraviglioso viaggio comune che è il Jiu-Jitsu .


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